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Pubblicazioni CORSAC del 2007 in distribuzione ai soci

Le confraternite religiose cuorgnatesi 

Dalle origini ai giorni nostri

di

Giovanni e Luigi Bertotti


PRESENTAZIONE 

  La religiosità era uno degli aspetti che più impregnavano la vita dell’uomo in medioevo e le confraternite religiose ne rappresentavano la manifestazione più evidente e caratteristica.

  Erano espressione di un potere associativo al di sopra delle categorie sociali o di mestiere, aperto a tutte le persone di ogni provenienza, accomunate solo dalla devozione nel suo aspetto più austero della carità, della penitenza e della morte. Associazioni di laici, avevano propria veste giuridica indipendente, indirizzate ad un’intensa attività di assistenza verso i confratelli, specialmente nel corso delle malattie, in punto di morte e nelle esequie, non disgiunta da un’attività di tipo sociale verso i poveri, i malati, i carcerati, gli orfani.

   A Cuorgné erano presenti due confraternite per l’assistenza sociale e l’aiuto ai poveri, attive a partire dal XVI secolo, di ispirazione religiosa, diverse tra loro per finalità e ceto sociale di provenienza degli associati, ma assai simili nell’organizzazione gerarchica e nella reciproca assistenza tra confratelli: la Confraternita di San Giovanni Battista Decollato e quella della Santissima Trinità.

  Era poi presente, come in quasi tutti gli altri paesi canavesani, la Confraria di santo Spirito, di ispirazione ed organizzazione laica, strettamente collegata alle istituzioni comunali, che trovava la sua esprssione più caratteristica nei pasti collettivi offerti ai poveri in precise festività.

  Le iniziative proposte dalle due confraternite religiose riscossero subito un notevole successo: il malato, specie se povero, era visto come un’efficace collegamento con Dio ed intercessore dei favori divini. Notevole fu subito il numero degli aderenti e gli ingenti capitali accumulati soprattutto per lasciti testamentari consentirono la costruzione in breve tempo di edifici religiosi di grandi dimensioni, autonomi rispetto alla chiesa parrocchiale, nei quali vennero chiamati artisti di buona capacità ed esperienza.

  Queste associazioni di laici, come dice il nome stesso di Confraternita, con i fratelli, erano diffuse in quasi tutti i paesi di una certa importanza e si svilupparono a partire dal XIII secolo: si cita abitualmente il 1258-1260 e la città di Perugia, per iniziativa di fra Ranieri Fasani ispirato da Pier Damiani, anche se storici in passato hanno fatto riferimento alle associazioni dei primi secoli del cristianesimo ed altri sono risaliti alle antiche Fabule citate in epoca longobarda, associazioni laicali sorte per dare sepoltura ai morti trovati abbandonati lungo le strade, la più nota delle quali è la “Compagnia della Misericordia” sorta a Firenze nel 1244 ad opera di san Pietro Martire.

  Rispondevano in origine ad un’importante necessità psicologica dell’uomo medievale: in una realtà fisica tutta permeata dal soprannaturale, occorreva trovare un modo di ottenere il perdono e la benevolenza divina al di fuori o oltre i normali canali della gerarchia ecclesiastica; si pensava di riuscire, grazie al numero delle persone coinvolte ed ai gesti clamorosi di pubblica penitenza, ad ottenere un maggior aiuto divino nei pericoli e nelle calamità.  In occasione di eventi particolarmente tragici ed apparentemente irrimediabili, come le grandi epidemie di peste nelle quali la medicina ufficiale denotava tutta la sua impotenza, la popolazione si radunava, spontaneamente o su ispirazione di qualche religioso per lo più degli ordini mendicanti, più vicini ai ceti sociali più bassi, per sfilare in processioni penitenziali con autopunizioni collettive ( i cosiddetti flagellanti ) per impetrare il perdono sull’intera comunità e la fine di quella che era interpretata come una punizione divina.

  Regnava la convinzione che tutti i mali  fossero una giusta punizione per un’umanità che aveva perso la genuina spiritualità cristiana e la carità per il prossimo.

  Proprio la carità verso il prossimo divenne l’elemento fondamentale di queste forme associative laiche, citate come Sodalicium o Fraternitas, nelle quali gli atti di devozione erano accompagnati da mortificazioni spesso collettive, digiuni, sacrifici.

   Il clima di generale rilassatezza delle istituzioni ecclesiastiche dei secoli XV e XVI, che suscitò la reazione della Riforma protestante ed il successivo Concilio di Trento, si coglie anche nella confraternite laicali, molte delle quali erano nel frattempo sorte senza alcuna approvazione ufficiale, arricchendosi notevolmente e costruendosi chiese in diretta concorrenza con le parrocchie.  Il loro successo era legato alla struttura dell’associazione, che non richiedeva ai soci l’emissione di voti solenni perpetui, non li obbligava a vivere in comunità e garantiva aiuto reciproco senza che i soci dovessero impegnare tutto il loro patrimonio personale.

  La Chiesa cercò di riprendere il controllo anche di queste associazioni composte da laici che, pur avendo un fine religioso e la presenza di un sacerdote al loro interno, sfuggivano ad ogni forma di controllo gerarchico.

  Benché erette con l’approvazione del vescovo e da lui ufficialmente dipendenti direttamente o mediatamente attraverso il parroco, poiché nel Cinquecento mancava per lo più la residenza del parroco era prevalsa la tendenza nelle confraternite  a governarsi con propri capitoli, antichi o recenti, senza tenere al corrente le autorità religiose  della loro attività e dell’amministrazione.  Quest’ultimo aspetto si presentava agli occhi delle gerarchie come un abuso grave, potendo sottrarre redditi importanti alle parrocchie; vi erano poi altre consuetudini guardate con notevole diffidenza  e giudicate poco ortodosse, come quella dei pasti comunitari imbanditi nella chiesa stessa in particolari ricorrenze, per esempio al Giovedì Santo dopo la funzione della lavanda dei piedi.

   Il Concilio di Trento nella sua XXII sessione affrontò direttamente il problema, obbligando i vescovi ad una severa sorveglianza sulle Confraternite esistenti nelle loro Diocesi riformandole se necessario, esaminando minuziosamente i conti, le istituzioni, le consuetudini devozionali e le finalità.  San Carlo Borromeo diede alle stampe una “regola” per queste associazioni, approvata da Gregorio XIII che la volle anche arricchire di indulgenze, regola che divenne la base di molti statuti.

  I vescovi si attribuirono la facoltà di approvare questi statuti locali; nel caso della Diocesi di Ivrea studiato da Franco Quaccia vollero statuti ben definiti, non “copiati” da analoghe associazioni. Inoltre invitarono d’autorità le Confraternite a non essere di intralcio alla chiesa parrocchiale, pretendendo che le funzioni di culto fossero praticate solo in chiese sottomesse alla gerarchia e sotto il controllo della parrocchia, e perseguitando le altre, arrivando anche in qualche caso a sopprimerle. Talora infatti i “divini offici” dei confratelli si trovavano in netta concorrenza con quelli della chiesa parrocchiale, che i criteri controriformistici del Concilio di Trento avevano posto al centro di tutta l’attività religiosa locale, affidandole il ruolo centrale di preciso punto di riferimento per tutte le manifestazioni religiose della comunità.  Vi furono anche dei vescovi che giunsero al punto di negare la validità della messa di precetto festiva a quella celebrata nelle chiese delle Confraternite.

  L’obbligo di dotarsi di statuti approvati dalle autorità ecclesiatiche ed il conseguente pericolo di soppressione e incameramento di beni da parte dei vescovi locali, favorirono il fenomeno delle “aggregazioni”: molte confraternite, specie quelle di città relativamente piccole, chiesero l’unione, l’aggregazione, con quelle Arciconfraternite di città molto importanti, specie quelle di Roma, i cui statuti erano già stati approvati e che spesso erano sotto la diretta protezione di alti prelati vaticani ai quali si poteva ricorrere nelle necessità e nelle controversie con le autorità religiose locali. Si poteva inoltre beneficiare, di riflesso, delle numerose indulgenze elargite dai papi alla Chiesa-madre, per lo più una basilica vaticana. Si nominavano dei Procuratori, religiosi o nobili laici residenti a Roma, per tutelare gli interessi anche locali dei confratelli.

  Le Confraternite, aggregandosi, si impegnavano all’ospitalità reciproca verso i confratelli in viaggio: c’erano elenchi precisi ed aggiornati delle Confraternite dove gli aderenti in viaggio erano sicuri di trovare ospitalità ed assistenza.       Le prime strutture di tipo ospedaliero in numerose città, come anche a Cuorgné, si svilupparono proprio da questi locali destinati all’accoglienza dei confratelli di passaggio ed alla loro cura in caso di malattia.

  L’assistenza e il mutuo soccorso verso i confratelli, sui quali le confraternite esercitavano anche un rigoroso controllo morale, era notevole per quei tempi: contribuivano alle spese per i funerali, si incaricavano di far dire messe di suffragio, offrivano assistenza durante eventuali malattie, aiuti finanziari nei momenti di crisi. Ne troviamo traccia nei numerosi prestiti in denaro concessi ad essi con tassi d’interesse molto bassi, nelle istituzioni di doti alle fanciulle povere, regolamentati e verbalizzati scrupolosamente per evitare abusi e favoritismi, ma si esercitò in tutti i campi della vita sociale.  I confratelli erano invitati ad aiutarsi l’un l’altro: siamo anche misericordiosi et compassionevoli a tutti, specialmente a quelli della nostra compagnia.

  La socializzazione dell’uomo medievale, del popolano in particolare, si svolge attraverso questi gruppi, che ne curano la tutela, l’aiuto finanziario quando occorra, l’inserimento nell’ambiente cittadino. Sono una manifestazione di quel legame di solidarietà molto sentito, che diede origine ad un così vivo spirito di corpo. La presenza di queste associazioni di mutuo aiuto invase tutti i settori della vita comunitaria, come avvenne per le nostre città tardo-medievali per le corporazioni di mestieri. Era difficile progredire socialmente ed avere un posto importante nella comunità se non si faceva parte di uno di questi sodalizi.

  La confraternita era infatti attenta al corpo sociale nel suo complesso, in particolare ai più miseri. L’assistenza ai poveri, ai malati la portò più volte a supplire all’assenza di istituzioni assistenziali civili e a gestire i primi ospedali nelle nostre comunità, destinandovi offerte e lavoro dei confratelli. L’opera verso i carcerati fu particolarmente importante, e mise talvolta queste associazioni in contrapposizione con l’amministrazione ducale e cittadina, con la richiesta di un trattamento più umano per i reclusi, e in particolare con la richiesta della grazia per certi condannati a morte, al bando o alle galere.  Grazia che l’ente richiedeva ed otteneva, forte dei diplomi ducali di concessione di questo privilegio che gli erano stati rilasciati.

  La vita religiosa in quei secoli era una componente prevalente della attività civile, quindi quello religioso era l’aspetto dominante di queste associazioni, ne costituiva la manifestazione più vistosa e importante.

  Oltre agli statuti, le Confraternite religiose si caratterizzavano per altri due elementi: l’oratorio e la divisa.

  Nell’oratorio, separato anche fisicamente nella chiesa dallo spazio riservato ai fedeli, i confratelli recitavano quotidianamente il loro Ufficio, in genere quello della Madonna, con salmi e preghiere.  Nel caso delle chiese cuorgnatesi l’oratorio si trovava nel coro, dietro all’altar maggiore, con gli stalli riservati ai singoli confratelli, ove ognuno aveva il suo posto ben preciso e conservava il libro personale di preghiere.

  L’altro dovere comune a tutti i confratelli era quello di partecipare in divisa ai funerali dei confratelli defunti ed alle solenni processioni, come quelle del Corpus Domini e del Venerdì Santo (quest’ultima in notturna) ma anche a quelle delle festività locali: qui la Confraternita esibiva tutto il suo potere che si poteva cogliere anche dalla posizione nel corteo, talora all’origine di contese anche violente con le altre Confraternite locali.

  La divisa rappresentava l’elemento caratterizzante ed era costituita da una veste con lungo cappuccio di tela attaccato direttamente al colletto che scendeva a coprire tutto il viso; sulla veste si trovava uno scapolare, detto pazienza, che per i confratelli  di San Giovanni era di color nero, segno di distacco dal mondo,  per quelli della Santissima Trinità di color rosso ad indicare la carità ardente.  Nei documenti degli archivi si legge che era permesso fare una penitenza durante una processione con il cappuccio calato sul viso, fino al 1700 quando l’autorità pubblica proibì di sfilare processionalmente con il cappuccio calato, probabilmente per motivi di ordine.

  Negli ultimi tempi la divisa venne semplificata in un semplice camiciotto lungo fin sotto il ginocchio,  del colore della Confraternita; compare citata nei documenti più tardi anche una componente femminile delle confraternite cuorgnatesi. Le donne erano vestite di una tunica di tela bianco-giallina con un velo in testa della stessa stoffa più rada, con pendente sul petto e sulla schiena una larga striscia di stoffa di color rosso o nero,  sospesa alle spalle da strisce di tessuto a tipo di corte bretelle.

  La divisa, che rendeva tutti uguali annullando le differenze sociali e le identità dei singoli sotto il cappuccio, apparentemente impermeabili ai sentimenti di questo mondo, rivestiva perticolare importanza psicologica. Al di là dell’orgoglio di appartenenza ad un gruppo, chi la indossava nei funerali diveniva quasi un simbolo del morto stesso, trovandosi anche materialmente separato dal mondo tramite la divisa stessa. La situazione era interpretata come una posizione intermedia tra la vita e la morte e quindi il confratello diveniva intermediario con l’aldilà, garantendo l’aiuto nel momento del trapasso  e facendo da contrappeso alle angosce dei familiari.

  I confratelli che, presenti prima nella veglia funebre poi nella sepoltura solenne sfilavano processionalmente incappucciati per le strade, erano un importante elemento di tranquillità e consolazione per i parenti del defunto, aiutati a superare meglio il trauma del lutto dalla certezza che il loro congiunto era affidato a validi intercessori; la stessa compostezza del rito aumentava tale sicurezza, attenuando le angosce che al contrario erano accentuate dalle manifestazioni di pianti ed urla rituali, gli eiulati, che in alcuni paesi accompagnavano il feretro, costantemente condannati dalle costituzioni sinodali.

  Erano anche un elemento di sicurezza per gli stessi membri della confraternita, certi che nel momento del loro decesso avrebbero trovato nei confratelli una “garanzia” per un facile trapasso verso la felicità eterna.

  Questa funzione di mediazione verso l’aldilà aveva come premessa indispensabile la grazia divina dei confratelli e quindi la necessità che questi conducessero una vita ed una condotta ispirata alla rigida osservanza dei precetti cristiani. Troviamo quindi negli statuti rigide disposizioni con le relative punizioni.  Il Priore era rivestito da un’autorità di controllo sulla morale dei confratelli ed in casi specifici, come per adulterio, furto, bestemmia e frequentazione senza necessità di osterie, poteva decretare l’espulsione; l’espulso non poteva essere accettato da nessuna altra confraternita.

  Importante doveva essere anche l’influenza politica di queste associazioni, poco nota per la scarsità di documentazione specifica.

  Nelle città abbastanza piccole i personaggi istruiti e di spicco erano abbastanza pochi ed è naturale che fossero anche membri delle Confraternite con incarichi di prestigio; spesso venivano anche eletti in importanti incarichi pubblici dove potevano esercitare tutta la loro influenza.

  I confratelli rappresentavano poi la maggior parte della popolazione e le loro sfilate potevano anche essere di monito alle autorità cittadine, non rimanendo indifferenti di fronte ai soprusi.

  Lo spirito di corpo dei confratelli si dispiegava in queste manifestazioni: nelle processioni, nelle funzioni solenni veniva soddisfatta l’ambizione dei singoli evidenziando il loro prestigio personale, e si manifestava di fronte alla cittadinanza l’importanza del gruppo.

     In Cuorgné operavano, dal 1500 circa, due confraternite religiose principali: quella di San Giovanni Battista e quella della Santissima Trinità, distinte tra loro per finalità, ceto sociale e colore della veste.

  La presenza di due confraternite religiose nello stesso paese è significativa di un notevole spirito religioso dei cittadini; anche l’antichità della fondazione è molto significativa.

  In uno studio recente di Franco Quaccia, Annamaria Loggia e Giovanni Demanuele per il secondo volume della storia della Diocesi di Ivrea in corso di pubblicazione, vediamo che in tutta la diocesi eporediese c’era solo un’altra confraternita intitolata a san Giovanni Battista, e precisamente a Foglizzo con aggregazione del 1604, mentre alla SS.ma Trinità erano intitolate le confraternite di Ozegna (1603), di Vestignè (1611), di Settimo Rottaro (1609) e di Verolengo, citata dal 1598. Ambedue le associazioni cuorgnatesi sono invece più antiche.

  La confraternita di san Giovanni Battista Decollato è quella fondata per prima, aveva la chiesa nel Borgo commerciale, il nucleo cittadino più antico con la sua via porticata, e riuniva i popolani del Borgo, soprattutto borghesi, artigiani e commercianti ed era la confraternita più “popolare”.  Oltre alle normali opere caritative, assisteva i carcerati ed in particolar modo i condannati a morte: Cuorgné, sede del tribunale del Valpergato, era anche il luogo solito delle esecuzioni capitali.

  La seconda, nata più tardi, aveva la chiesa fuori del Borgo, in una zona più ricca di spazi verdi e di giardini, e raccoglieva in particolar modo i nobili locali; la chiesa, espressione dell’importanza dei confratelli, era notevolmente ricca, con all’interno un vero complesso artistico rappresentato da un grandioso altare ligneo dorato con numerose statue e decorazioni, uno dei capolavori del Canavese. I confratelli esercitavano specialmente la carità verso i poveri, fornivano alloggio e cure ai malati ed ai pellegrini e la dote ad un certo numero di ragazze povere.

  C’era normalmente collaborazione tra le due associazioni, però vivevano in continua gelosia nelle funzioni, andando a gara tra di loro con sporadici episodi di rivalità sfociati talora nella rissa.

  Nei confronti della parrocchia le confraternite cuorgnatesi si sono sempre dimostrate abbastanza docili verso l’autorità dei parroci fino a giungere, quando nel 1804 crollò la chiesa parrocchiale, a permettere che fossero incamerati tutti i loro redditi per la ricostruzione. Docili ma sempre gelose della loro autonomia e dei loro averi. Succede che suppellettili delicate (una tappezzeria preziosa) chieste in prestito dalla parrocchia vengano dai confratelli di San Giovanni rifiutate (1840).

  L’atteggiamento di difesa dei diritti parrocchiali e di accentramento nella parrocchia delle manifestazioni religiose più importanti ci spiega la richiesta al vescovo che incontriamo quasi tutti gli anni da parte di queste associazioni di poter esporre il Santissimo in certe occasioni solenni, o di celebrare certe funzioni, come la Benedizione, le Quarantore, delle Novene. E ci spiega il fatto che dalla curia si dia il permesso, a denti stretti,  per una volta sola (1674).

  Oggi si coglie solo più un pallido riflesso delle antiche confraternite cuorgnatesi, la cui importanza in passato è testimoniata dalle loro chiese e dalle opere d’arte che ancor oggi racchiudono, purtroppo non tutte in buone condizioni.

  Si è voluto con queste brevi note storiche rievocare gli elementi principali della passata grandezza perché non cadano totalmente nell’oblio.

  Lo studio e la trascrizione dei documenti degli archivi storici di queste associazioni si deve a Mario Bertotti che lo iniziò negli anni precedenti la guerra proseguendo nei decenni successivi; avrebbe dovuto risultarne un volume dedicato alla storia religiosa cuorgnatese nella sua interezza, mai realizzato per la morte dell’autore.

  Rimangono i suoi appunti, precisi e dettagliati, dai quali abbiamo attinto con fonte basilare di questo lavoro.

  Nello stesso periodo, intorno agli anni ’50 del secolo scorso, il professor Aldo Ceresa Gastaldo di Cuorgné studiava dal lato artistico la chiesa della Trinità, ancora nella sua interezza; i suoi appunti inediti particolarmente accurati  li abbiamo ritenuti degni di diffusione, anche perché preziose testimonianze indispensabili  ai fini di eventuali auspicabili restauri artistici.

  Il testo storico sulla confraternita di San Giovanni è interamente opera di Luigi Bertotti, che ha riletto tutti i documenti dell’archivio terminando il lavoro pochi giorni prima della morte; questo scritto ha voluto fosse distribuito in fotocopie ai soci del Comitato di San Giovanni.

  Per la confraternita della Santissima Trinità si è invece usato come base un manoscritto inedito di Mario Bertotti “Brevi appunti sulle vicende storiche della chiesa e della confraternita della Santissima Trinità in Cuorgné” che è stato opportunamente ampliato di ulteriori notizie e dei necessari aggiornamenti.

  Speriamo che riportando alla luce le testimonianze storiche e artistiche di queste associazioni, che hanno rivestito notevole importanza nella storia e nella vita cuorgnatese, si possano sensibilizzare i cittadini al recupero almeno di una parte dei loro ideali ispiratori, e le istituzioni al restauro delle importanti opere d’arte che ancora ne testimoniano la passata grandezza.

Cuorgné,  febbraio 2005     

Luigi e Giovanni Bertotti

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